Chiesa di San Filippo Neri

La Chiesa di San Filippo Neri a Fermo
La chiesa di San Filippo Neri a Fermo sorge in Corso Cavour al n. 25, adiacente all’ex Collegio dei Padri Filippini, oggi sede del Palazzo di Giustizia della Città. La struttura si eleva sul sedìme su cui un tempo si ergeva la chiesa trecentesca dedicata al Santo Spirito e testimonia oggi la precoce presenza della Congregazione dell’Oratorio e dei Filippini a Fermo. Oggi la chiesa è di proprietà del Comune di Fermo. La chiesa oratoriana intitolata al Santo Spirito (ma tradizionalmente ricordata come S. Filippo) merita un posto ineludibile nel contesto del barocco marchigiano come uno dei prototipi più precoci e significativi dell’insediamento delle congregazioni riformate nella regione. Impreziosita dalla presenza di insigni opere d’arte pittorica, come la pala della Pentecoste e L’Eterno di Giovanni Lanfranco (già sull’Altar maggiore) e la prestigiosa Adorazione dei pastori (già nella cappella di transetto dedicata alla Natività, a cornu epistulae), unica opera di Pieter Paul Rubens per le Marche, assieme all’Assunzione (già nella cappella di transetto omonima, a cornu evangelii) oggi attribuita a Pier Simone Fanelli.
La fondazione della Congregazione a Fermo
Nel 1571 il Padre Pensabene Turchetti da Sarnano, insieme ad un gruppo costituito da sacerdoti e laici locali, aveva intrapreso gli esercizi spirituali e le pratiche dell’Oratorio filippino nella chiesa di San Gregorio. Negli stessi anni il patrizio fermano Padre Flaminio Ricci, che era entrato nel 1578 nella Congregazione di Roma, divenendo uno dei più amati discepoli di S. Filippo Neri, pensò di informare la sua città nativa dello spirito del nascente istituto e persuase i suoi nobili concittadini Cesare Paccaroni, Ulpiano Costantini e Giuseppe Savini, a costituire una vera e propria Congregazione, divenendo il più attivo ed autorevole promotore del locale Oratorio. Il 16 aprile del 1582 il Vescovo Pinelli, ufficializzava l'erezione della autonoma Congregazione oratoriana a Fermo, approvandone le Costituzioni. Era questa la seconda fondazione filippina nelle Marche ed in Italia (insieme a Napoli, dopo S. Severino e prima di Camerino). La sede provvisoria, dopo quella di S. Gregorio (1582), fu da allora quella della Confraternita del SS. Sacramento in S. Rocco (1585), poi nella casa del Paccaroni. Nel 1591 Padre Flaminio Ricci si adoperò per trovare insieme ai confratelli un luogo adatto dove trasferire l’Oratorio. Fu individuata come nuova sede la chiesa di Santo Spirito, proprio di fronte alle loro case. Il 24 luglio 1592 giunse la Bolla del Pontefice che concesse la chiesa parrocchiale di S. Spirito, e case annesse, alla Congregazione ed il trasferimento della parrocchia nella chiesa di S. Bartolomeo. Il padre Paolo Fontana, quale promotore della Congregazione, prese possesso della chiesa di S. Spirito l’11 gennaio 1593 con l’ordine d’investitura da parte di Mons. Sigismondo Zanettini e il 5 agosto dello stesso anno, i padri lasciarono la chiesa di San Rocco, dove avevano risieduto per otto anni e vennero ufficialmente a vivere nelle stanze attigue alla chiesa di S. Spirito, che divenne così il primo nucleo edilizio, preesistente e poi ampliato sullo stesso sedime dell'attuale tempio, che ne mantenne il titolo.
La nuova Chiesa
La contribuzione del Comune di Fermo alla nuova fabbrica, che iniziò di lì a poco e venne a costare 18.000 scudi assieme al sottostante Oratorio, è testimoniata dalla presenza dello stemma araldico fermano, con le aquile coronate e le croci municipali, sui conci delle chiavi delle cappelle di crociera e nel fregio sull'altar maggiore. Un disegno iniziale della pianta venne predisposto a Fermo, probabilmente dallo stesso intendente oratoriano Cesare Paccaroni (1593), il quale come altri padri filippini si intendeva di costruzioni e qui svolgeva il ruolo di praefectus fabricae. La prima pietra fu comunque posta, con ardite fondazioni sui dirupi della contrada di S. Bartolomeo, il 9 maggio 1594 mentre la chiesa verrà consacrata e benedetta assieme al suo Oratorio il 2 giugno 1607 dall' arcivescovo fiorentino Alessandro Strozzi. Tuttavia il cantiere proseguì a fatica, evidentemente per gli stessi problemi di fondazioni che sino a tutt'oggi hanno minacciato il monumento rendendolo inagibile. La facciata non fu mai completata, il bel paramento a cortina rotata “alla romana” si interrompe infatti ad un terzo del prospetto. Spicca nel ruvido paramento solo il sofisticato portale in pietra d'Istria, che già prelude al pieno barocco, posto in opera entro il 1595 stando all’epigrafe dedicatoria posta nell’elegante cartella dedicatoria sulla cimasa, sormontata da plastiche volute arricciate e protetta dalle ali spiegate di un vivace cherubino, che recita: “SPIRITUS SANCTUS/D[IVO] PHILIPPO NERIO VIVENTE/ HOC TEMPLUM/ ELEGIT/ IN DOMUM ORATORII”, opera forse di mano del non altrimenti noto scultore romano Paolo de’ Lazzari, per analogia con l’altare interno, sua opera certa, nella cappella di S. Filippo. Il portone ligneo che prospetta sul corso Cavour è opera dell’ebanista fermano Giovanni Mistichelli.
Elementi compositivi della "Fabbrica" di San Filippo Neri
La tipologia
Si tratta di un’aula a croce latina (navata e transetto inscritto) di 26 x 19 mt. completamente contenuta nel perimetro murario sino nell'abside piatta (soluzione imposta dal sedìme scosceso) con una contrazione longitudinale che investe l’intera proporzionalità della pianta ed il ritmo delle campate delle sei cappelle inscritte e comunicanti. Il vano absidale, poco profondo, è affiancato da due vani quadrati che ospitavano le due cappelline gemelle di Sacrestia, comunicanti rispettivamente con le due di transetto, terminate di fabbricare dall’architetto Giuseppe Rossi intorno al 1882. La scarsella absidale, voltata a botte, presenta nel secondo ordine di prospetto un oculo vetrato, che costituisce la principale fonte di luce del tempio. Le sei cappelle che si aprono sulla navata presentano volte a crociera ed archi di valico, brulicanti di stucchi; il transetto è appena pronunciato, con bracci voltati a botte. Sulle testate di questo si aprono i due cappelloni di transetto dedicati rispettivamente alla Natività, a cornu epistulae, ed all’Assunzione, a cornu evangelii. Plausibilmente, ragioni statiche consigliarono allora l’omissione della cupola, di cui la struttura perimetrale non ne avrebbe sopportato la spinta orizzontale, sostituita invece qui da una crociera. La volta reale della navata è a botte, con tese lunettature che si uniscono a formare crociere, intercalate da sottarchi di rinforzo decorati a lacunari in corrispondenza delle tre campate limitate da paraste; sopra la volta a botte i suddetti archi presentano una ulteriore estradossatura di rinforzo. Le paraste sono risaltate nella trabeazione e sono d'ordine corinzio composito, con volute molto sentite nei capitelli, che s'impongono sull'acanto molto stilizzato e carnoso, probabilmente un tempo profilati d’oro, almeno quelli sotto l’arco trionfale dell’abside.
I decori in stucco del fregio corrente l’aula, a girali vitinei, presentano intercalati i caratteristici simboli oratoriani (stelle, cuori fiammeggianti). Il pavimento, oggi in gran parte divelto, era in pianche quadre in pietra bianca della Majella, detta “Pietra di Manoppello” (nella Provincia di Pescara), ne rimangono lacerti originali solo nelle due sacrestie laterali al cappellone absidale. Dopo aver subito cedimenti fondali dovuti al dilavamento e localizzati sull’angolo ovest del muro del presbiterio, nonostante i robusti setti murari, la chiesa oratoriana venne chiusa al culto nel 1925; dopo consistenti restauri delle strutture e dei decori promossi dal rettore Don Alfredo Laureti con contribuzione dei fedeli, venne riaperta nel 1928. Successivamente, a causa di un imponente movimento franoso, nel 1958 vennero eseguite delle “Opere di Pronto Intervento a tutela della pubblica incolumità”, consistenti essenzialmente in puntellamenti. Negli anni Ottanta la chiesa fu oggetto di un consistente intervento di consolidamento: furono realizzati interventi di sottofondazione con micropali nella parete nord, la posa in opera di numerosi tiranti e catene, la cucitura delle lesioni, il consolidamento delle volte e la ricostruzione di quelle crollate, la realizzazione di un cordolo di sommità in calcestruzzo armato (discontinuo), e il rifacimento del manto di copertura del tetto. Oggi il tempio appare spogliato delle sue opere d’arte, attualmente delocalizzate per sicurezza ma straniate dal loro contesto cultuale, privato della balaustra presbiteriale in marmi policromi, dispersi i suoi arredi lignei, con parte degli affreschi del Biscia (al tempo sembra diffusi in tutto il tempio) distaccati o ricoperti dalle scialbature d’intonaco: in uno stato di desolante degrado che gli iniziati restauri tenteranno di risarcire.
L'interno della Chiesa
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L'Altar Maggiore
Questo è in pietra d'Istria, con piedistalli con lo stemma del patrizio fermano Torquato Nobili cavaliere di S. Stefano (committente benefattore, il cui stemma è presente anche sull’arco trionfale di ingresso al presbiterio). I piedistalli sorreggono due binati di colonne corinzie, in Giallo Antico con capitelli in pietra d’Istria; nell’attico, al centro del frontone triangolare spezzato, si innalza una cimasa affiancata da volute e culminante a centina spezzata dove, nel riquadro centrale, vi era la tela dell’Eterno del Lanfranco, sovrapposta alla sua citata pala d’altare della Pentecoste, attualmente collocate nella Pinacoteca Municipale. Un tempo il cappellone era affrescato: sulla parte retrostante all’arco trionfale, di fronte all’altare, era affrescato il Mistero dell’Ascensione di Gesù alla presenza dell’Assunta; nel cielo della volta era dipinta la S.S. Trinità. Oggi non rimane più nulla di questi affreschi, opera del pittore Cesare Biscia, fratello dell’Oratorio. Sui muri laterali un tempo erano presenti due grandi affreschi, incorniciati da decorazioni in stucco: a sinistra, sormontata dal semibusto a mezzorilievo del Salvatore, c’era l’Ultima Cena; a destra, sormontato da una Madonna, si trovava il Battesimo di Gesù. Due nicchie emicicle affiancano l’altar maggiore con le statue in stucco dipinto raffiguranti S. Carlo Borromeo (sx) e S. Filippo Neri (dx), entrambe sormontate da cherubini.
Cappella di S. Margherita
La prima a destra entrando. Giuspatronato Sanguigni-Orlandi. Il patronato della cappella è da riferirsi a Lucio Sanguigni, gentiluomo fermano, e alla moglie Margherita Orlandi, benefattori della cappella e della Congregazione. L’altare è costruito in ordine composito; sui piedistalli, abbelliti da marmi colorati, è scolpito lo stemma dei committenti. Le colonne sono in marmo rosso, scanalate, erette su fondo a marmo cipollino mandolato; ai lati del timpano si possono ammirare anche elementi di marmo verde. La pala d’altare raffigurava Santa Margherita e la Vergine, mentre nel timpano era presente L’Educazione della Vergine, entrambe opere attribuito a Cesare Gennari, della scuola del Guercino. La pala d’altare è attualmente custodita nella Pinacoteca Comunale, mentre il dipinto del timpano è andato disperso.
Cappella priva di titolo
La seconda a destra entrando. La cappella è priva di titolo e di altare.
Cappella di S. Lucio
La terza a destra entrando. Giuspatronato Sanguigni-Orlandi. Gemella della Cappella di S. Margherita e commissionata dagli stessi Lucio Sanguigni e Margherita Orlandi. L’altare è intarsiato a marmi rossi, neri e gialli, ed è di ordine composito. Anche in questo caso, sui piedistalli è scolpito lo stemma dei due coniugi benefattori; le colonne di marmo rosso, scanalate, recano in cima capitelli sfogliati. La pala d’altare raffigurava S. Lucio e la Vergine, andata purtroppo perduta in data posteriore al 1947 (occasione in cui la chiesa venne retrocessa alla parrocchia di San Matteo e il Comune volle mantenere la proprietà dei dipinti), mentre nel timpano era presente Il riposo durante la Fuga in Egitto, attribuita a Cesare e Benedetto Gennari, custodita oggi nella Pinacoteca Comunale.
Cappella della Natività
La cappella di transetto a destra. Il giuspatronato della cappella è del nobile fermano Mons. Sulpizio Costantini, fratello di Ulpiano, che viene ricordato da una lapide commemorativa adorna del suo stemma gentilizio sita a destra dell’altare, come promotore della Congregazione dell’Oratorio insieme a p. Flaminio Ricci. L’altare è dello stesso carattere architettonico e decorativo di quello della Cappella dell’Assunta. Tuttavia, il dipinto al centro dell’altare è di estremo pregio artistico: si tratta, infatti dell’unico dipinto del pittore fiammingo Pieter Paul Rubens nelle Marche, l’Adorazione dei pastori, conosciuta anche come Natività (300 x 192 cm.), oggi conservata nella Pinacoteca Comunale, commissionato nel febbraio 1608 al maestro fiammingo. La cappella presenta un’esuberante decorazione scenografica. Dai documenti contrattuali si ha notizia che per l’intero Altare Costantini erano stati stanziati dai benefattori 500 scudi, in gran parte utilizzati per i lavori lapidei che comprendevano un inquadramento in pietra d’Istria e colonne di Giallo Antico d’ordine corinzio. Ai lati dell’altare, in due nicchie sono collocati: a sinistra, la statua di Mosè che reca in mano una tavola della Legge con le parole “Unum Cole Deum”; a destra, la statua del profeta David, con corona e scettro, che ha ai piedi la testa recisa del gigante Golia. Ai lati della finta finestra (è probabile che a seguito dell’edificazione del Convento dei padri filippini l’apertura sia stata chiusa, perché ormai inutile, e sostituita con un finto infisso), vi sono due affreschi che raffigurano: a sinistra, l’Arcangelo Gabriele; a destra, l’Annunziata. Le pareti, la volta e l’arco di ingresso alla cappella sono sovraccarichi di ornati, dipinti e stucchi, una volta dorati. A sinistra, dove si erge la statua di Mosè, si osservano due bassorilievi: in alto, è raffigurato il Profeta Mosè che riceve da Dio le tavole della Legge sul monte Sinai; in basso, Mosè, che nel deserto, con la verga taumaturga, fa scaturire l’acqua dalle rocce vive di un monte. A destra, dove si trova la statua davidica, sono raffigurati i bassorilievi: in alto, David che rompe le mascelle a un fiero leone; in basso, David che recide la testa del gigante Golia. Sempre sulle pareti laterali, dentro riquadri di stucco a fogliami, erano presenti i dipinti: a sinistra, la Purificazione della Vergine; a destra, L’adorazione dei Magi. Nel centro della volta vi era l’affresco che rappresentava la Trasfigurazione di Gesù sul Tabor; ai lati dell’affresco sono presenti due bassorilievi a stucco bianco: a sinistra, la Disputa con i dottori nel tempio di Gerusalemme, a destra, il Battesimo di Gesù sul fiume Giordano. Negli angoli, ai lati dei bassorilievi, ci sono quattro medaglioni che raffigurano i quattro Dottori della chiesa latina, ritratti con i loro pallii. Sotto ancora, nella parte sinistra, al centro era presente: la Fuga in Egitto; ai lati di essa erano raffigurati due profeti dell’Antica Legge. Nella parte sinistra trovavamo al centro, la Circoncisione, ai lati di essa altri due Profeti. Sopra ognun profeta era presente una cornice con raffigurate un vaso di fiori; sotto, una cornice con dei putti musicanti. Nell’arcosolio di ingresso alla cappella furono scavate due nicchie, da entrambi i lati: a sinistra è collocata la statua di S. Caterina Vergine e Martire, a destra si erge la statua di S. Cecilia. Le statue sono in stucco, dipinte ad encausto in finta pietra. Al di sopra e al di sotto delle nicchie si osservano i quattro busti dei Santi Padri della Chiesa col piviale, dentro conchiglie in stucco; nella parte superiore dell’arco sono presenti in maniera simmetrica due stemmi gentilizi, due gruppi di putti in piedi che sorreggono decorazioni floreali. Nella parte più esterna dell’arco, sostenuta da due putti, si ripete l’arma del Mons. Costantini. Negli angoli dell’ arco sono affrescati i due evangelisti: S. Marco e S. Luca, ritratti con i loro simboli caratteristici. A sinistra la Cappella della Natività comunica con una delle summenzionate sacrestie gemelle (1882).
Cappella dell'Assunzione
La cappella di transetto a sinistra. Giuspatronato Rosati-Matteucci. L’altare è composto da marmi bianchi e rossi ed è composto in ordine corinzio. Le armi inquartate che si osservano sui piedistalli, sono lo stemma delle nobili famiglie fermane Rosati e Matteucci: le signore Clelia Rosati e Caterina Matteucci furono le benefattrici della cappella. Nel centro dell’altare era collocato il dipinto raffigurante l’Assunzione della Vergine in cielo, già dubitativamente attribuita a Giovanni Peruzzini ma recentemente, più verosimilmente, assegnata al suo allievo recanatese Pier Simone Fanelli. Sotto il timpano esisteva una finestra che nei precedenti restauri si è dovuta chiudere per motivi di stabilità del muro. Fu sostituita da una finta finestra alla cui destra e sinistra sono dipinti due profeti: Balaam ed Orietur. Le pareti laterali, il cielo della volta, l’arco di ingresso sono decorati da affreschi, bassorilievi in stucco, ornamenti di cornici, cherubini e rosoni una volta dorati, che rispecchiano tutto lo stile del primo Barocco. Ai lati dell’altare sono modellate in bassorilievo le figure di S. Caterina Vergine e Martire (a sinistra) e S. Agnese (a destra). Nella parete sinistra sono dipinti due episodi della vita di S. Agnese. Sotto, S. Agnese subisce il tormento del fuoco, sopra, S. Agnese è accompagnata dagli angeli nella gloria del Paradiso; nella parete destra sono invece rappresentati due episodi della vita di S. Caterina. sotto, Il mistico sposalizio della Santa con Nostro Signore, sopra, La traslazione del corpo della santa sul monte Sinai. L’intradosso dell’arco di valico reca in basso: a sinistra, l’altorilievo di S. Francesca Romana, a destra quello di Santa Caterina da Siena; in alto, le figure allegoriche della Fede e della Speranza. Nella parete esterna e più alta si osserva l’arma, sorretta da putti, del vescovo Giulio Ottinelli, gentiluomo fermano, altro benefattore della cappella. Negli angoli dell’ arco sono affrescati i due evangelisti S. Giovanni e S. Matteo, ritratti con i loro simboli caratteristici.
Cappella del Crocifisso
La terza a sinistra entrando. Giuspatronato Pieri. La cappella del Crocifisso comunica con la cappella dell’Assunzione e con quella del Crocifisso attraverso un’apertura ad arco. L’altare, privilegiato per i defunti, fu costruito in ordine composito su marmo bianco con tarsie di marmi neri, rossi e gialli. Sopra i piedistalli grigi, su cui rimodellato lo stemma di don Giacomo Pieri, sacerdote di Magliano di Tenna che fu benefattore della cappella e della Congregazione dell’Oratorio, sorgono due colonne rosse, scanalate, con capitelli bianchi. Al centro, dentro una cornice adorna alla sommità di una testa di cherubino, era presente una tela raffigurante una Crocifissione, copia dal dipinto omonimo del pittore Scipione Pulzone che si trova in una cappella della chiesa della Vallicella a Roma, a conferma della nota raccomandazione del P. Flaminio Ricci che incoraggiava l’utilizzo di copie da dipinti assai apprezzati e di buon disegno di artisti famosi, piuttosto che originali scadenti da artisti locali, oltre all’ovvio vantaggio economico.
Cappella di S. Filippo Neri
La seconda a sinistra entrando. Giuspatronato Dini. La cappella di San Filippo comunica con la Cappella del Crocefisso e la Cappella di S. Sebastiano. Dopo la morte del p. Antonio Grassi, la stanza in cui il futuro beato era spirato, la stessa nella quale era morto anche il p. Flaminio Ricci, nel 1610, era stata adibita a cappella. Scelta modellata presumibilmente sull’iniziativa presa dai filippini di Roma, che avevano trasformato la camera di Filippo Neri in una cappella – santuario all’indomani della sua scomparsa. Si manifesta quindi da parte dei confratelli di Fermo la volontà di seguire il più possibile l’esempio della prima Congregazione dell’Oratorio. La cappella risulta essere la più sfarzosa e ricca di ornati della chiesa. L’altare è costruito in ordine corinzio, tutto a marmi colorati, bianchi, neri e gialli antichi; sui piedistalli, ai fianchi della mensa, sono presenti due stemmi, in campo rosso, che si riferiscono probabilmente ai signori Francesco e Giovanni Dini, fratelli del Mons. Pietro Dini, arcivescovo di Fermo, fra i benefattori della cappella. Le basi delle colonne e la fascia sono intarsiate con un ricco e pregiato fregio di pietre dure, quali onici, agate, diaspri, malachiti, alabastri e lapislazzuli; le due colonne monolitiche, di colore verde antico, recano capitelli sfogliati di marmo bianco. La cornice centrale, con un cherubino in sommità e festoni marmorei di frutta nella parte inferiore, fa da supporto al dipinto, oggi depositato nella Pinacoteca Comunale, che raffigurava l’Apparizione della Madonna a S. Filippo che stava celebrando il Divino Sacrificio, opera del pittore fermano Giambattista Ripani del 1860. In precedenza la pala d’altare era un’altra, raffigurante lo stesso tema, che l’Inventario del 1729 attribuiva al pittore pescarese Mario de’ Fiori, artista seicentesco, oggi purtroppo dispersa. La parte scultorea dell’altare è opera del romano Paolo de’ Lazzari nel 1623. Era presente anche un Ritratto di Filippo Neri del Pomarancio, donato alla Congregazione fermana dal medico della regina Cristina di Svezia, Romolo Spezioli, che si trova dal 1967 presso la Curia Arcivescovile di Fermo. Il vano della mensa, che era solito essere scoperto in occasione della festa di S. Filippo e in altre circostanze straordinarie, racchiudeva alcune preziose reliquie del santo. Il cielo della volta, l’arco di ingresso e tutto l’interno sono coperti da ornamenti barocchi: quattro angeli negli angoli, festoni di frutta, motivi floreali, arabeschi e conchiglie, una volta tutti dorati. Le tele delle pareti laterali raffigurano: a sinistra, S. Filippo consegna le regole dell’Oratorio a S. Francesco di Sales; a destra, S. Filippo riceve la visita di S. Carlo Borromeo. Nei lato dell’arco di valico di osservano, modellati in stucco: da una parte, S. Antonio abate; dall’altra, S. Francesco di Assisi, santi patroni del conte Antonio Paccaroni, gentiluomo fermano, fra i più illustri benefattori della cappella.
Cappella di S. Sebastiano
La prima a sinistra entrando. Giuspatronato Pancaldi. La Cappella di San Sebastiano, adiacente e comunicante con la Cappella di S. Filippo. L’altare, di ordine corinzio, è di marmo bianco di Carrara, alternato a marmi policromi; reca un bellissimo fregio musivo di pietre dure incrostato di madreperla, ed innalza sui piedistalli lo stemma del fermano Lucio Pancaldi, patrono della cappella. Fra le colonne monolitiche di marmo sanguigno, attorniata da una cornice di marmi gialli e neri, si trovava la tela raffigurante San Sebastiano e la pia Irene, catalogato nel 1729 come opera del pittore Benigni, della scuola del Pomarancio.
Sacrestie gemelle
Situate nella zona absidale a sinistra e destra dell’altare Maggiore terminate di fabbricare dall’architetto Giuseppe Rossi intorno al 1882.
Le storie di S. Filippo
Lungo le pareti della chiesa, sulle pareti laterali, erano presenti quattro grandi affreschi (oggi ne sono visibili tre, in un pessimo stato conservativo a causa dell’umidità), che raffigurano alcuni salienti episodi della vita di S. Filippo Neri; originariamente ne risultavano sei (dall’Inventario del 1729), che includevano i due ai lati della Cantoria, oggi scomparsi.
Sono tutti opera del pittore fermano p. Cesare Biscia, autore delle decorazioni che una volta erano sul cielo della volta a botte del cappellone maggiore. Gli affreschi sono contenuti in cornici di stucco al di sotto dei quali due putti sostengono una targa in stucco in cui si leggono passi biblici allusivi al fatto rappresentato: 1. San Filippo nelle catacombe di S. Sebastiano - L’affresco di trova sulla parete laterale sinistra, sopra la Cappella di San Filippo. Il Santo viene raffigurato caduto a terra, mentre riceve un raggio d’amore dello Spirito Santo. 2. San Filippo risanato dalla Vergine - L’opera si trova sulla parete sinistra, al di sopra della Cappella del Crocifisso. Il Santo è raffigurato mentre, alla presenza di alcuni confratelli, è innalzato al cospetto della Madonna che lo segna e lo risana. 3. San Filippo che resuscita Paolo de' Massimi - L’affresco si trova sopra la cappella priva di titolo (2). Nella scena, il Santo è rappresentato mentre resuscita il piccolo Paolo de’ Massimi. 4. San Filippo che salva un naufrago - L’affresco, oggi assente, si trovava sopra la Cappella di San Lucio. Il santo è raffigurato mentre salva un penitente che rischiava di affogare nel Tirreno per sfuggire ai Turchi.
Tale pubblicazione è tratta dalla Relazione Tecnica presentata, in Fase di Gara, dall’ Impresa Gaspari Gabriele con il supporto scientifico del Prof. Arch. Fabio Mariano.